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BPA: la verità si trova nel sangue…

   Numerosi fims e libri vi avranno sicuramente condotti sulla scena del crimine: sangue ovunque e la necessità di scoprire l’assassino/i nel più breve tempo possibile. A seconda del luogo in cui è stato commesso il delitto possono comparire, con il fine di svolgere indagini: il coroner, la scientifica, l’ispettore o altri ma, poiché noi siamo in Italia, nella nostra scena del crimine intervengono i Carabinieri e più precisamente il Ris che può vantare software sempre più sofisticati ma soprattutto l’abilità degli operatori.

    Per ovvie ragioni di sintesi non ci soffermiamo sull’intera analisi del luogo del delitto ma bensì sulla Bloodstain Pattern Analysis (BPA) che si sostanzia nell’interpretazione delle macchie di sangue presenti nel luogo del delitto: la dimensione, la forma, la distribuzione e la posizione delle macchie di sangue indicano, agli esperti (in Italia gli specialisti al massimo livello sono 4), gli elementi sui quali ricostruire la dinamica dell’accaduto.

   Analizzando la scena di un crimine è possibile individuare diverse tipologie di macchie: passivespatter e alterate – all’interno dei quali confluiscono ulteriori sottoinsiemi. Tale terminologia – proposta  ed in continuo aggiornamento per opera della SWGSTAIN (Scientific Working Group for Bloodstain Pattern Analysis)  principale organismo  deputato allo studio tassonomico in tema di BPA- è ad oggi accreditata dalla IABPA (International Association of BPA) di cui fanno parte i massimi esperti del settore. Le macchie passive includono gocce, flussi, e di solito risultano dalla gravità che agisce su un corpo ferito. Le macchie di trasferimento dipendono da oggetti che entrano in contatto con esistenti macchie di sangue e lasciano salvi spazzi o trasferimenti di materiale (ad esempio una striscia da un corpo trascinato). Le macchie d’impatto derivano da sangue che si proietta attraverso l’aria e sono di solito considerate spruzzi (Una lama brandeggiata per colpire più volte rilascia schizzi di sangue anche nel tragitto di ritorno, quando l’aggressore ritira il coltello per infierire ancora: la traiettoria viene quindi misurata con precisione)

   Il metodo più utilizzato per catturare le macchie di sangue è la fotografia ad alta risoluzione: al fine fornire una misurazione accurata, viene posta una scala o un righello accanto alla macchia di sangue e le foto vengono fatte da ogni angolo.

   La paternità del metodo è attribuita al medico forense polacco Dr. Eduard Piotrowsk il quale, nel lontano 1895, per testare le sue teorie, utilizzò mezzi cruenti: costruì pareti di carta di grandi dimensioni per raccogliere le macchie di sangue formatesi uccidendo, con martellate o colpi di pugnale, cavie vive. In questo modo realizzò numerose tavole a colori che mostrano i risultati dei suoi esperimenti ripetuti variando la tipologia di armi, la posizione dell’aggressore e la direzione dei colpi. Successivamente si possono citare gli studi compiuti dal dottor Victor Balthazard, presentati al 22° Congresso di Medicina Forense del 1939, nonché quelli di Herbert Leon Mc Donnell del1971 ( “Flight characteristic of human blood and stain patterns”; “Laboratory manual on the geometric interpretation of human bloodstain evidence” ;“Bloodstain patters interpretation”). McDonnell fondò inoltre nel 1983 la IABPA (InternationalAssociation of B.P.A.) associazione composta da esperti mondiali che cura la formazione ed incoraggia la ricerca nel campo della BPA .

   In ambito giudiziario l’importanza dello studio delle macchie di sangue fu altamente valorizzata per la prima volta nel processo, tenutosi nel 1955, che vedeva lo Stato dell’Ohio contro Samuel Sheppard, nel corso del quale il Dr. Paul Kirk, in qualità di esperto del settore, fornì una testimonianza tecnica ritenuta di estremo valore dalla Corte, tanto da ribaltare il giudizio di colpevolezza espresso nel processo di primo grado. In Italia il valore della BPA è stato scoperto col processo, ad alto impatto mediatico, del cosiddetto “caso Cogne”, al termine del quale si arrivò ad una sentenza di enorme importanza per questa disciplina in quanto per la prima volta il BPA veniva ritenuto dal Tribunale come possibile mezzo di prova scientifica, affermando che tale metodica “non può considerarsi una prova atipica, bensì una tecnica d’indagine riconducibile al genus della perizia, e pertanto non è necessario che la sua ammissione sia preceduta dall’audizione delle parti …<e che> non si basa su leggi scientifiche nuove o autonome bensì di quelle ampiamente collaudate da risalente esperienza, proprie di altre scienze … che, in quanto universalmente riconosciute e applicate, non richiedono specifici vagli di affidabilità da parte del Giudice”.

    In conclusione è sicuramente vero che il sangue presente nella scena del delitto ha una rilevanza probatoria notevole ma bisogna precisare che la BPA, a differenza del test sulle tracce biologiche o delle impronte digitali non può fornire un responso matematico certo al cento per cento in quanto può solo abbassare il livello di approssimazione sulla dinamica di un delitto (ferimento, omicidio, aggressione) e a questo va aggiunto che vi sono diverse incognite come ad esempio l’impossibilità di utilizzarlo come nell’ipotesi che il sangue sia sul manto stradale .

dottssa Eva Simola

 

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Pubblicato da evasimola

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